martedì 9 ottobre 2012

E il sindacato?

Verrebbe da chiedere: ma il sindacato è vivo? O è morto anch'esso insieme con la politica? La domanda sorge immediata a fronte della constatazione che ormai ogni vertenza importante finisce con qualche operaio in cima a un traliccio a una torre, a un campanile, a una basilica... Come non restasse altra soluzione se non quella di fare qualche gesto estremo e attirare l'attenzione delle telecamere, come se le trattative dipendessero dalla presenza o meno dell'opinione pubblica, come se portare la propria fabbrica agli onori della cronaca potesse sbloccare una trattativa interrotta o risolvere una fallimento in atto. In realtà sembra che ciò che si chiede sia piuttosto l'attenzione dei politici, a loro volta attirati dagli eventi mediatici dei quali si servono per essere costantemente presenti, per dare l'impressione di contare qualcosa, di poter risolvere le cose, di poter decidere, sensazione ovviamente solo apparente, dal momento che la politica è morta. Ma ciò che lascia sgomenti è l'assenza in queste vicende del sindacato. Si tratta infatti sempre di iniziative isolate, di singoli, mai di iniziative organizzate dalle forze sindacali, che tendenzialmente le stigmatizzano come ingenuo rivoltismo, senza rendersi conto che il continuo moltiplicarsi di queste iniziative mostra in tutta luce l'assenza assoluta del sindacato nelle fasi di conflitto sociale. Dovrebbe essere chiaro che lo sciopero rituale, con il quale si blandisce periodicamente una base disorientata e confusa, alla quale non si ha il coraggio di far sapere della ormai evidente irrilevanza delle organizzazioni sociali nelle dinamiche sociali. E' evidente l'incapacità del sindacato di riconoscere l'assoluta inadeguatezza dello strumento "sciopero" e soprattutto l'incapacità di elaborarne altri, facendo tesoro delle conquiste culturali, e morali della nostra età, rispetto alle pratiche di conflitto e di dialogo, conquiste che ruotano intorno a due pilastri del nostro tempo, ovvero la non violenza e la capacità creativa di disobbedienza civile. Purtroppo costruire in termini collettivi pratiche non violente di creativa disobbedienza civile significa mettere in gioco la propria responsabilità personale, ed è difficile che sindacalisti di professione, diventati ormai quadri di una istituzione possano trovare la motivazione per mettere in gioco il proprio ruolo così faticosamente conquistato, per una battaglia che non ha alcuna garanzia di essere vinta. Ma su questa strada restano solo le iniziative dei singoli che salgono in cima a un campanile, e minacciano di buttarsi di sotto. Prima o poi qualcuno lo farà, e allora comincerà il balletto delle responsabilità. Sarebbe il caso che qualcuno, per una volta, se ne preoccupasse prima.

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