martedì 26 novembre 2013

Una rivoluzione preliminare

Che la filosofia torni a occupare uno spazio pubblico è quanto ci si attende da tempo. La  sua progressiva emarginazione dalla scena politica e da quella esistenziale a favore di discipline più addomesticabili e più facilmente utilizzabili, come l’economia e la psicoanalisi, ha lasciato un vuoto di fatto che è all’origine di quell’effetto disorientamento che caratterizza certamente il nostro approccio collettivo alla dimensione politica.
Tuttavia, nel plaudire convinti a questo tentativo non si può non porre una questione preliminare necessaria onde evitare che questo progetto si areni nelle sabbie dell’accademismo o dell’estraneità di chi giudica e valuta senza essere parte in causa.
La questione è davvero seria: ciò che è in gioco è nientemeno che la natura stessa di ciò che intendiamo quando parliamo di filosofia. Qui non si tratta, sia chiaro, di distinguere una buona da una cattiva filosofia, questo è un problema ma successivo, non si tratta, tanto meno, di riprendere una vecchia e consunta distinzione tra teoria e prassi, no, si tratta di fare una mossa preliminare ad ogni affermazione di merito e di contenuto, si tratta di dare credibilità a chi parla.
E come è possibile farlo? La mia esperienza di questi anni di lavoro nel campo della disciplina filosofica, mi suggerisce una risposta netta che propongo alla riflessione pubblica di questo blog. A mio modo di vedere ( e questa limitazione non è retorica, è teorica) il gesto preliminare che rimette la filosofia nello spazio che fin dall’origine ha tentato di occupare, lo spazio della “politica”, è un doppio movimento coerente e simultaneo: il movimento dell’implicazione e quello dell’appropriazione. Da un lato il filosofo, o in generale, al di là dei titoli, chi voglia vivere filosoficamente, non può non aver piena consapevolezza del proprio essere parte, cioè dell’impossibilità di parlare da fuori, da un altro luogo, da un altro spazio. Siamo implicati, siamo presi in questa storia, in questa realtà, e ciò significa, abbreviamo molto, che siamo in una rete di relazioni che possiamo sciogliere o intrecciare ma non cancellare o ignorare, così che ogni nostro gesto impone conseguenze nella rete e quindi pone responsabilità che dobbiamo assumerci.
Dall’altro lato, se vogliamo muoverci sensatamente nel mondo, se vogliamo tenere un orientamento ogni volta che decidiamo di fare o di non fare, abbiamo bisogno di punti di riferimento, cioè di valori non banali, non casuali, non semplicemente assunti senza lavoro critico dall’ambiente e dal sistema delle opportunità e delle convenienze, ma che siano invece appropriati, cioè realmente fatti propri, assunti come carne e sangue della nostra esistenza.

È questo il gesto che, a mio modo di vedere, è necessario al filosofo che voglia tornare sulla scena pubblica e assumersi la responsabilità, insieme, dello sguardo critico sulla realtà, e della proposta di cambiamento. Non c’è alternativa, per uscire dal vuoto chiacchiericcio dei salotti, dobbiamo noi filosofi aver compiuto una profonda rivoluzione in noi stessi.
Maurizio Bianchi 
University of St Andrews
Membro del Ceppa - Centre for Ethics, Philosophy and Public Affairs


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